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Diritti musicali: si alla liberalizzazione, no alla frammentazione

8 marzo 2016

Con il prossimo recepimento della Direttiva sulle società collettive l’Italia dovrebbe adattare la propria legislazione ad una più moderna gestione dei diritti d’autore e connessi in ambito musicale. Si tratta di un passaggio fondamentale per rendere anche più efficiente e trasparente il sistema di raccolta dei diritti per le utilizzazioni di musica da parte di broadcaster, imprese del largo consumo e in generale tutti coloro che usano la musica come parte dell’intrattenimento, oltre ovviamente alla governance ed alla ripartizioni dei diritti da parte delle collecting. La legge di delegazione europea, ora all’esame del Parlamento, definirà i criteri di recepimento, che ci si augura siano il più aderenti possibili al dettato comunitario e che non ci si trovi invece di fronte ad un tentativo di annacquare il dispositivo lungamente negoziato in sede EU. La musica è un elemento determinante in ogni contesto e la pubblica diffusione di hit o evergreen all’interno di negozi, palestre, alberghi è sempre di più parte integrante dell’architettura del luogo. In tale contesto è anche fondamentale che le procedure di negoziazione e di accesso ai contenuti musicali siano il più possibile semplificate e centralizzate, primo per facilitare l’utilizzo, secondo per limitare l’evasione di tali diritti, ancora molto alta nel nostro Paese. È evidente infatti come non sia più immaginabile, di fronte all’evoluzione tecnologica in atto, che un esercizio commerciale, sia esso una grande catena, come piuttosto il singolo parrucchiere che allieta i propri clienti con le hit italiane del momento, si trovi di fronte ad una pletora di società di gestione dei diritti che si presentano più volte a reclamare pochi euro per la diffusione di musica. La scelta di facilitare l’accesso ai contenuti si è posta molto chiara nel Regno Unito, dove la liberalizzazione della gestione collettiva è una realtà da almeno cinquanta anni. Le due  principali organizzazioni rappresentative degli autori ed editori musicali, PRS da un lato e PPL dall’altro, che rappresenta discografici ed artisti hanno annunciato proprio nei giorni scorsi, la creazione di una joint venture con un one stop shop che consentirà l’accesso alle licenze musicali una volta sola per coprire tutti i diritti. Paradossalmente,  in questi giorni, nel nostro Paese, senza attendere la giusta collocazione di eventuali modifiche alla legge sul diritto d’autore con il recepimento della citata direttiva, il Governo sostiene un emendamento nel DL concorrenza che frammenterà ancora di più i diritti musicali, aprendo anche alle rappresentanze degli artisti, la possibilità di presentarsi alle trattative e ai negoziati con gli utilizzatori esigendo direttamente il proprio diritto. Una scelta in totale contraddizione con gli scenari internazionali di semplificazione. Una nuova burocrazia con nuovi costi e allungamento dei tempi. Ieri su Formiche.net Francesco Schlitzer ha attaccato l’industria discografica come primo oppositore della proposta contenuta nel DL concorrenza. Ma il tema non è sicuramente quello di impedire agli artisti di gestire i propri diritti, che negli ultimi anni, tramite SCF sono stati ampiamente e diffusamente raccolti e ripartiti alle società degli artisti con grande efficienza, ma di individuare, come detto, una modalità semplificata di accesso ai contenuti da parte degli utilizzatori. L’esempio britannico, ma anche quello irlandese, e fuori dalla EU, quello neozelandese, che favoriscono una centralizzazione dei diritti, realizzano un principio che favorisce sia gli utilizzatori che i titolari di copyright. È falso che le case discografiche pensino che gli autori e gli artisti siano soggetti che “mettere sotto tutela amministrative” come è stato scritto. Se c’è un settore che investe in maniera rilevante in ricerca e sviluppo in talenti è proprio l’industria musicale. Solo nel 2013, a livello globale, oltre 4,3 miliardi di dollari sono stati investiti in ricerca e sviluppo, il 27 % dei ricavi. Tra il 2009 e il 2013 sono stati 20 miliardi i dollari investiti nello sviluppo di nuovi artisti, pertanto è evidente che essi siano l’unica vera risorsa dell’industria. Vale anche la pena di ricordare come di fronte alla crisi che ha colpito il settore negli anni, a fronte di una diminuzione dei ricavi della imprese, i ricavi degli artisti riguardo alle royalty sono rimasti stabili, anche nel nostro Paese, segno che il carico maggiore della crisi strutturale è stato sopportato dalle imprese. Giocare sui luoghi comuni, citando una serie televisiva come Vinyl, senza conoscere minimamente le dinamiche attuali del settore, forse genera simpatia, ma purtroppo non porta a nulla. La cartina di tornasole della presunta liberalizzazione in atto è già evidente nella giusta reazione degli utilizzatori, che di fronte ad un mondo che evolve e si semplifica si troverà invece nel mondo musicale una nuova, eccessiva e complessa burocrazia per l’accesso ai contenuti, lasciando campo libero a concorrenti con musica non tutelata che, con procedure semplificate, attrarranno inevitabilmente gli utilizzatori disorientati verso un’offerta di business unica. Negli ultimi anni gli artisti in Italia hanno incassato dai produttori, solo per le utilizzazioni secondarie 66 milioni di euro, ed è totalmente falso che le case discografiche abbiano incassato il doppio perché la legge prevede che tali diritti siano ripartiti al 50%. Quindi i 150 milioni citati nell'articolo di Formiche.net includono ricavi che sono di competenza del produttore e che nessuna norma in discussione oggi prevede di modificare, pertanto anche con la liberalizzazione dei diritti, queste licenze esclusive rimarranno in capo comunque al produttore così come prevedono i trattati internazionali. C’è ancora tempo perché Governo e Parlamento riflettano attentamente sul futuro della gestione dei diritti, favorendo efficienza e imponendo semplificazione e licenze moderne, e non introducendo nuovi intermediari nel già frammentato e complesso sistema.