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L’economia digitale è malata, in Europa e Italia la partita del futuro

13 settembre 2019

Da più parti si accende un faro sui problemi che limitano la capacità di concorrere con i big del web americani. In Europa la neo commissaria alla Concorrenza ha anche le deleghe al digitale. In Italia sarà un fardello sulle spalle delle nuova Agcom e Garante privacy

Il prossimo insediamento della nuova Commissione EU di Ursula von der Leyen sarà accompagnato da conferme e competenze più estese. Tra le figure più significative, e alle quali la Presidente incaricata ha assegnato ulteriori deleghe, vi è Margrethe Vestager. La Presidente ha sottolineato infatti la necessità che l’Europa sia “pronta” a cavalcare la rivoluzione digitale tecnologica anche eliminando tutti gli ostacoli alla concorrenza per le imprese europee e realizzando un contesto che le metta in grado di competere con i big Usa.

Le sfide dei prossimi cinque anni

La Commissaria danese gestirà così, oltre al portafoglio della Concorrenza, anche quella dello Sviluppo del digitale in Europa. Nell’ultima legislatura la Commissione competition si è conquistata una particolare attenzione per le indagini e le sanzioni comminate a Google.

I prossimi cinque anni si preannunciano ancora più complessi e densi di sfide. La pervasività degli OTT nella società e nell’economia, la potenza di fuoco e le capacità di influenzare i decisori e la pubblica opinione sono sotto gli occhi di tutti: ne abbiamo avuto un esempio nel lungo percorso legato alla recente approvazione della Direttiva Copyright. In generale la Commissione e il Parlamento Europeo dovranno mettere mano ad un quadro regolamentare sulle piattaforme a 360 gradi, oltre agli aspetti riguardanti la fiscalità.

Un quadro regolatorio, quello comunitario, che oggi mostra decise falle in varie aree e che richiede un intervento di aggiornamento non più procrastinabile. Ne è la prova anche ciò che sta accadendo anche sull’altra sponda dell’atlantico: Google è finita nel mirino degli stati Usa per sospetto abuso di posizione dominante sul fronte della pubblicità e della ricerca sul web. A lanciare l’indagine antitrust sono stati 50 procuratori generali di 48 stati, del District of Columbia, dove si trova la capitale federale Washington, e del territorio di Porto Rico. Mancano all’appello solo la California e l’Alabama.

L’obiettivo – come ha spiegato il procuratore generale del Texas, lo stato capofila dell’iniziativa – è verificare se l’azione del colosso di Mountain View rappresenti una minaccia per la libera concorrenza e la tutela dei consumatori. Un aspetto su cui negli Stati Uniti è stata aperta anche un’inchiesta a livello federale con il Dipartimento di giustizia e la Federal Trade Commission che già a fine agosto hanno chiesto ai responsabili di Google documenti e dati. Ma è tutta la Silicon Valley nel mirino. Basti pensare all’indagine antitrust lanciata contro Facebook da un altro gruppo di otto stati guidati dalla procuratrice generale dello stato di New York Letitia James.

“Anche la maggiore piattaforma di social media al mondo deve seguire la legge e rispettare i consumatori. Useremo tutti gli strumenti investigativi a nostra disposizione per determinare se le azioni di Facebook hanno messo a rischio i dati dei consumatori, ridotto la qualità delle loro scelte o aumentato i prezzi della pubblicità” afferma James. Sempre il colosso guidato da Mark Zuckerberg è reduce dalla sanzione da 5 miliardi di dollari per la violazione dei dati personali nello scandalo di Cambridge Analytica. Nei giorni scorsi, inoltre, Google ha transato con la FTC una sanzione di quasi 200 milioni di dollari per violazioni alle norme sui minori da parte di YouTube.

Agcom e Garante Privacy, le nomine chiave di volta

In Italia, l’Agcom il nove settembre scorso ha annunciato l’avvio di un procedimento finalizzato all’individuazione e all’analisi del mercato rilevante, all’accertamento di posizioni dominanti o comunque lesive del pluralismo nel settore della pubblicità on line nonché all’eventuale adozione delle misure previste dall’articolo 43, comma 5, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177.

In questo contesto va segnalato come siano sono ormai scadute e/o in fase di prorogatio due delle principali autorità che proprio sul tema della vigilanza in ambito digitale hanno oggi un ruolo determinate: Agcom e Garante per la protezione dei dati personali (più comunemente noto come Garante Privacy). Il voto in Parlamento (dopo un primo rinvio di quello sul Garante) non è ancora stato calendarizzato e questo deve consentire una riflessione sulle prossime nomine, proprio alla luce dell’evoluzione internazionale e del ruolo che tali autorità dovranno avere in un contesto dove il dominio delle piattaforme è sempre più esteso e radicato.

L’indagine scaturita di recente in USA in tema di concorrenza e il caso Cambridge Analityca che ha coinvolto anche consumatori italiani, mostrano la complessità dei processi tecnologici e la vastità di eventuali interventi, pensiamo al mondo dei Big Data, che richiedono anche il coordinamento con le autorità comunitarie e di altri Stati membri.

Nella sua relazione di conclusione del mandato, il Presidente di Agcom, Marcello Cardani scriveva: “Come accompagnare dal punto di vista istituzionale l’evoluzione di Big Data? Quali garanzie e quali controlli tale evoluzione richiederà? Come assicurare che il governo dei dati non si risolva a danno dei cittadini e della libera formazione dei loro orientamenti e delle loro 20 attitudini? Come verificare che gli algoritmi non siano in grado di generare effetti distorsivi? Quale livello di trasparenza devono avere queste vere e proprie scatole nere? Come assicurare, in questo ambito, la tutela di principi costituzionali quali la dignità della persona, la non discriminazione, la tutela della privacy? E se gli algoritmi non rispecchiano i valori di una società, chi ne è responsabile?”.

La scelta dei Commissari è un processo sicuramente politico ma l’Italia, anche con la recente decisione di istituire un dicastero per l’innovazione, sembra voler girare pagina e cavalcare da protagonista la rivoluzione digitale.

Governo e Parlamento hanno davanti la grande opportunità di nominare figure realmente terze ed indipendenti, evitando accuratamente di coinvolgere in questo processo soggetti direttamente o indirettamente contigui alle grandi piattaforme. Le autorità, così come già scritto in riferimento alla Commissione EU si troveranno di fronte sfide enormi (e in parte l’avviata indagine di Agcom lo conferma) e coloro che dovranno affrontare queste sfide dovranno dimostrare un’assoluta indipendenza rispetto ai colossi del web.

Il tema delle revolving door è sotto gli occhi di tutti non solo in Europa. Le grandi corporation digitali sono state capaci di inocularsi in molte autorità, in consessi accademici, spesso raccogliendo i frutti di tali estese ramificazioni. Per questo è assolutamente necessario procedere con la massima cautela e trasparenza.