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La Battaglia degli artisti musicali contro YouTube

La premessa è che:

non esiste oggi un settore che più di ogni altro è stato capace di risorgere dalla rivoluzione digitale con modelli di business innovativi che hanno radicalmente cambiato il mercato.

La musica digitale nel 2015 ha superato a livello globale quella fisica, lo streaming domina i consumi e gli artisti musicali trainano i canali social media. Nel 2015 l’industria musicale è tornata a crescere con un +3,2 per cento a livello mondiale e addirittura con un +25 per cento in Italia secondo i dati di Ifpi. Lo streaming resta la fonte di ricavi che cresce più velocemente. I ricavi sono cresciuti del 45.2 per cento fino a raggiungere i 2.9 miliardi di dollari e sono quadruplicati negli ultimi 5 anni. Sostenuto anche dalla diffusione degli smartphone e dalla crescita di servizi in abbonamento di alto livello, lo streaming rappresenta il 19 per cento dei ricavi dell’industria globale, mentre nel 2014 rappresentava il 14 per cento. Lo streaming corrisponde attualmente al 43 per cento dei ricavi digitali ed è prossimo al superamento del download (45 per cento) per diventare così il segmento primario per i ricavi in digitale. I servizi premium in abbonamento si sono fortemente espansi negli ultimi anni e si stimano oggi 68 milioni di utenti paganti. Questo dato è in aumento rispetto ai 41 milioni registrati nel 2014 e i soli 8 del 2010. Come ha affermato Frances Moore, chief executive di Ifpi: “Dopo venti anni di declino quasi continuo, il 2015 è testimone di un momento storico per la discografia: i ricavi crescono nel mondo, il consumo di musica impazza ovunque e i ricavi digitali per la prima volta diventano protagonisti. Questi riflettono il lavoro di adattamento che il settore musicale ha praticato in un momento di fortissima digitalizzazione permettendogli di riemergere ora più forte e capace. Dovrebbe trattarsi di una notizia molto positiva per i produttori musicali, gli investitori e i consumatori. Eppure ci sono valide ragioni per contenere i festeggiamenti: semplicemente i ricavi, vitali per ogni tipo di investimento sul futuro, non vengono ridistribuiti correttamente ai detentori di diritti. Il messaggio è chiaro e arriva dalla comunità musicale completa: il value gap è il più grande ostacolo per la crescita dei ricavi di artisti, produttori e aventi diritto”. Ed eccolo il messaggio, una lettera firmata da oltre mille artisti in Europa, tra i quali Paul McCartney, Lady Gaga, Ed Sheeran, Coldplay. Laura Pausini, Fedez, Stromae, e molti altri, indirizzata al presidente della Commissione europea Juncker. Gli artisti scrivono: “Come autori e artisti siamo difensori appassionati del valore della musica. La musica è una parte fondamentale della cultura europea: arricchisce la vita delle persone e contribuisce in maniera significativa alla nostra economia. Siamo di fronte a un momento decisivo per la musica. Il consumo sta esplodendo, i fan ascoltano musica come mai prima d’ora e i consumatori hanno oggi l’opportunità di accedere alla musica che amano sempre e ovunque. Tuttavia il futuro è messo in pericolo da un significativo “value gap” (discriminazione remunerativa) provocata da servizi basati sul caricamento del contenuto da parte degli utenti, tipo YouTube di Google, che di fatto sottraggono valore alla comunità musicale, agli autori e agli artisti. Oggi questa situazione è una seria minaccia alla stessa sopravvivenza dei creativi, alla diversità ed alla vitalità del loro lavoro. Questo “gap” di valore mina i diritti e i ricavi di coloro che creano, investono e vivono di musica oltre a provocare una rilevante distorsione di mercato. Questo perché, mentre da un lato il consumo di musica cresce in maniera esponenziale, i servizi di caricamento di contenuti approfittano delle esenzioni di responsabilità (safe harbour) previste dalle norme europee. Queste esenzioni furono create oltre venti anni fa come garanzie per favorire lo sviluppo delle start up digitali, ma oggi sono applicate impropriamente a corporation che distribuiscono e monetizzano il nostro lavoro. In questo momento siamo di fronte a un’opportunità unica per risolvere il problema del value gap. La proposta di revisione della legislazione sul copyright della Commissione europea può modificare questa profonda distorsione del mercato chiarendo quale sia l’appropriato utilizzo delle norme sul safe harbour. Vi invitiamo pertanto a intervenire con urgenza per creare un ecosistema più corretto per artisti e titolari dei diritti e così facendo, assicurare lo sviluppo futuro della musica per le prossime generazioni”. Il dato è impressionante. Davanti a ricavi annuali per utente di 18 dollari da piattaforme come Spotify, YouTube genera meno di un dollaro, nonostante miliardi di stream e centinaia di milioni di utenti.

La risposta di YouTube all'accusa è debole.

Secondo l’azienda di Google: “I servizi digitali non sono il nemico. YouTube collabora con l’industria musicale per generare ancora più ricavi per gli artisti, in aggiunta ai 3 miliardi di dollari che abbiamo già pagato sino a oggi. La stragrande maggioranza delle etichette e degli editori ha accordi di licenza in essere con YouTube e nel 95 per cento dei casi sceglie di lasciare i video caricati dai fan sulla piattaforma e di trarre guadagni da questi video. Il nostro sistema di gestione dei diritti, Content Id, va ben oltre ciò che la legge richiede per aiutare i detentori dei diritti d’autore a gestire i propri contenuti su YouTube: i video caricati dai fan generano a oggi il 50 per cento delle loro revenue su YouTube. Infine siamo convinti che, offrendo maggiore trasparenza nelle remunerazioni agli artisti, possiamo affrontare molte di queste preoccupazioni.” La questione non sono ovviamente i servizi digitali, che come dimostrano i dati di mercato, non rappresentano il nemico ma un partner essenziale.

YouTube vuole trasformare la questione in una lotta tra innovatori e conservatori, ma non è questo il punto.

YouTube è sicuramente un innovatore ma ha adottato una pratica commerciale che non è coerente con lo sviluppo dell’innovazione in campo musicale. Quando sostiene di aver versato 3 miliardi di dollari ai detentori di copyright, non spiega esattamente a chi e in quanto tempo. YouTube è il più grande servizio musicale al mondo, con oltre 800 milioni di utenti, se i 3 miliardi di dollari dovessero costituire quanto pagato dal 2007 a oggi costituirebbero solo il 2 per cento dei ricavi dell’industria musicale. Il sistema di Content Id non funziona, tra il 20 e il 40 per cento dei casi il sistema non è in grado di intervenire. Oltre il 91 per cento delle segnalazioni di video da rimuovere inviati da Ifpi e Fimi, tramite i servizi antipirateria, come l’italiana DcP riguardano opere già segnalate. Per fare un esempio, il video “Drag me down” dei One Direction è riapparso su YouTube oltre 2700 volte dopo la prima segnalazione. È evidente che la situazione non sia più tollerabile data anche la creazione di un’enorme distorsione competitiva.