Lo streaming fa bene alla musica italiana: ecco perché
Negli scorsi giorni è stata pubblicata una ricerca realizzata da Will Page, ex Chief Economist di Spotify e oggi visiting professor alla London School of Economics, e di Chris Dalla Riva, artista musicale ed economista. Glocalizzazione della musica: lo studio Lo studio “Glocalisation of music streaming within and across Europe” punta ad analizzare l’incredibile sviluppo che ha avuto il repertorio locale di alcuni Stati membri dell’Unione negli anni dello streaming. Tra i paesi oggetto dello studio vi è ovviamente l’Italia, dove la crescita è stata importante e confermata ormai da diversi anni anche nei dati di FIMI. L’analisi dei due studiosi ha preso spunto dal mercato britannico, dove negli ultimi anni si è assistito a un forte incremento del repertorio inglese, con un deciso superamento del repertorio in lingua inglese ma di provenienza USA. I mercati locali crescono grazie alle piattaforme globali Queste osservazioni hanno posto una domanda pertinente: l’ubiquità dello streaming ha aumentato o diminuito la minaccia dell’omogeneizzazione? Dato che i consumatori accedono alla loro musica tramite piattaforme globali (non rivenditori locali), questo ha sostenuto oppure ostacola lo sviluppo dei mercati locali? L’analisi ha coperto dieci mercati europei e ha rilevato un fenomeno che i ricercatori hanno definito “glocalizzazione”, nel quale la maggior parte dei paesi analizzati ha registrato un aumento assoluto e relativo della quota nazionale dei dieci migliori brani e artisti nel 2022. L’impatto della “glocalizzazione” è tanto importante per le industrie creative dei paesi quanto lo è per la politica, che spesso ha lamentato anche in Italia un dominio di repertorio internazionale, tanto da rilanciare, talvolta, una proposta di quote radio....
08/06/2023